In tempi di crisi il ricorso alla cassa integrazione straordinaria aumenta. È normale, soprattutto in un Paese come il nostro, dove continuano a chiudere aziende ogni giorno. Nel solo mese di marzo del 2010, secondo dati ufficiali Inps, l’uso della cis è cresciuto di ben il 29%, per un totale di 112,6 milioni di ore. Se in altri Paesi – come la Spagna, che ci ha raggiunto almeno in termini di tasso di disoccupazione – questo dato sarebbe il sintomo del bisogno di un intervento deciso da parte del Governo, per esempio con un tanto atteso piano industriale per il Meridione o con un severo monito alle aziende che decidono di delocalizzare all’estero pur avendo bilanci in attivo e avendo usufruito in passato di lauti aiuti statali (vedi Omsa-Golden lady), in Italia invece si continua a gridare allo spauracchio e a minimizzare gli effetti, sperando così di contenere il danno. Tanto che il Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua (lo stesso citato nell’ultima puntata del programma Report per le sue “molte funzioni”) ha affermato proprio in occasione della divulgazione dei dati di marzo:
“Il sistema di protezione steso sul mondo del lavoro sta andando a regime, gli ammortizzatori sociali sono utilizzati dalle aziende e il fatto che le autorizzazioni amministrative siano in crescita, a fronte delle richieste delle imprese, mostra la capacità del sistema di reagire di fronte alle necessità del mercato”.
Solo che i lavoratori dell’Istituto non sono dello stesso avviso, tante che in questi giorni hanno proclamato lo stato di agitazione in ben venti sedi Inps in tutta Italia. Le cause sono da rinvenire nell’ “affaticamento” di cui soffre l’Istituto, dovuto alla gestione di un numero mai visto di Cig, delle Social Card – new entry di questo Governo affidate al già stanco Istituto - e delle crescenti pensioni di invalidità (sic!), unito a un depotenziamento dell’organico (mancano ben 5mila unità di personale all’appello, almeno secondo la pianta organica ufficiale che prevede 32.074 lavoratori necessari a fronte dei soli 27.007 effettivi) e a una riorganizzazione “brunettiana” delle strutture non condivisa con i lavoratori, che per ora sta causando solo forti disagi e rallentamenti nella gestione delle migliaia di pratiche quotidiane.
Insomma, la cassa integrazione, che che se ne dica, pesa, e non solo ai lavoratori ma anche ai dipendenti dell’Inps.
Il famoso decreto Brunetta, il n.112 del 2008, che puniva i “fannulloni” della pubblica amministrazione, stabiliva anche la riorganizzazione di Istituti come l’Inps e la riduzione dei livelli dirigenziali (su cui però non veniva garantito un maggior “controllo”). Solo che, se all’apparenza questa poteva sembrare “cosa buona e giusta”, nell’esecuzione pratica ha comportato non pochi problemi all’interno delle strutture pubbliche. Dal 1 febbraio, infatti, la riorganizzazione è partita in via sperimentale in 20 sedi Inps, in una fase delicata per l’intero Paese, in cui la crisi ha aumentato il bisogno del sostegno al reddito e quindi il ricorso ai servizi previdenziali , senza però il necessario aumento del personale, né tanto meno della formazione e condivisione del nuovo processo con lavoratori e sindacati, che invece sarebbe stato utile a un corretto funzionamento del sistema. Se andrà a regime da giugno prossimo, come previsto, il nuovo assetto organizzativo in tutte le altri sedi Inps d’Italia senza prima provvedere a un aumento di organico, di condivisione dell’intero processo di informatizzazione delle pratiche e di formazione del personale, secondo tecnici e lavoratori c’è da prevedere un collasso dell’intero sistema previdenziale. Speriamo che per quella data qualche collega del Ministro abbia pensato, se non ad aumentare i dipendenti Inps, almeno ad abbassare i numeri “positivi” dei ricorsi alla Cassa integrazione, alle Social Card ecc. magari attraverso una seria “riorganizzazione” dell’economia e dell’industria Italia, nonché dello stato sociale.
“Il sistema di protezione steso sul mondo del lavoro sta andando a regime, gli ammortizzatori sociali sono utilizzati dalle aziende e il fatto che le autorizzazioni amministrative siano in crescita, a fronte delle richieste delle imprese, mostra la capacità del sistema di reagire di fronte alle necessità del mercato”.
Solo che i lavoratori dell’Istituto non sono dello stesso avviso, tante che in questi giorni hanno proclamato lo stato di agitazione in ben venti sedi Inps in tutta Italia. Le cause sono da rinvenire nell’ “affaticamento” di cui soffre l’Istituto, dovuto alla gestione di un numero mai visto di Cig, delle Social Card – new entry di questo Governo affidate al già stanco Istituto - e delle crescenti pensioni di invalidità (sic!), unito a un depotenziamento dell’organico (mancano ben 5mila unità di personale all’appello, almeno secondo la pianta organica ufficiale che prevede 32.074 lavoratori necessari a fronte dei soli 27.007 effettivi) e a una riorganizzazione “brunettiana” delle strutture non condivisa con i lavoratori, che per ora sta causando solo forti disagi e rallentamenti nella gestione delle migliaia di pratiche quotidiane.
Insomma, la cassa integrazione, che che se ne dica, pesa, e non solo ai lavoratori ma anche ai dipendenti dell’Inps.
Il famoso decreto Brunetta, il n.112 del 2008, che puniva i “fannulloni” della pubblica amministrazione, stabiliva anche la riorganizzazione di Istituti come l’Inps e la riduzione dei livelli dirigenziali (su cui però non veniva garantito un maggior “controllo”). Solo che, se all’apparenza questa poteva sembrare “cosa buona e giusta”, nell’esecuzione pratica ha comportato non pochi problemi all’interno delle strutture pubbliche. Dal 1 febbraio, infatti, la riorganizzazione è partita in via sperimentale in 20 sedi Inps, in una fase delicata per l’intero Paese, in cui la crisi ha aumentato il bisogno del sostegno al reddito e quindi il ricorso ai servizi previdenziali , senza però il necessario aumento del personale, né tanto meno della formazione e condivisione del nuovo processo con lavoratori e sindacati, che invece sarebbe stato utile a un corretto funzionamento del sistema. Se andrà a regime da giugno prossimo, come previsto, il nuovo assetto organizzativo in tutte le altri sedi Inps d’Italia senza prima provvedere a un aumento di organico, di condivisione dell’intero processo di informatizzazione delle pratiche e di formazione del personale, secondo tecnici e lavoratori c’è da prevedere un collasso dell’intero sistema previdenziale. Speriamo che per quella data qualche collega del Ministro abbia pensato, se non ad aumentare i dipendenti Inps, almeno ad abbassare i numeri “positivi” dei ricorsi alla Cassa integrazione, alle Social Card ecc. magari attraverso una seria “riorganizzazione” dell’economia e dell’industria Italia, nonché dello stato sociale.

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