martedì 26 ottobre 2010
Sangue infetto a Roma
Il cosiddetto processo di Napoli nei confronti dei presunti responsabili della strage del sangue dovrebbe riaprirsi a breve, dopo oltre 20 anni di attesa. Tra gli indagati Duillio Poggiolini, all'epoca direttore generale della Sanità, Marcucci, proprietario delle Società Marcucci che misero in commercio il plasma infetto e non controllato attraverso una off shore creata dall'avvocato Mills nelle isole Vergini, la Padvore, e altri 14 imputati. L'accusa per loro è stata mutata nel 2007 da “epidemia colposa” a “omicidio plurimo aggravato”.
“A questo, oltre che alla negata rivalutazione Istat, si lega la nostra protesta di questi giorni – spiega Andrea, contagiato in un ospedale genovese nell'89 da Hiv, Hcv ed epatite B, che proprio ieri ha dovuto lasciare il presidio per un malore dovuto alle sue malattie – questi capi di imputazione, infatti, spostano la prescrizione dei reati da 5 a 15 anni. Solo che a oggi vale ancora una sentenza della Cassazione del gennaio 2008 che blinda a 5 anni la prescrizione. A causa di questo l'80% di noi ha visto andare in prescrizione in questi mesi le cause di risarcimento per danni fisici e morali intentate contro il Ministero della Sanità. Il Governo ci aveva promesso per ottobre un decreto ad hoc, che salvasse tutti i prescritti, ma non ha mantenuto l'impegno preso e anzi è sparito da ogni confronto. Le nostre malattie, però, non vanno in prescrizione, ma scandiscono ogni giorno la nostra vicinanza alla morte. Per questo non ce ne andremo di qua, perché non abbiamo niente da perdere”.
IL 3 agosto, per le vittime, è arrivata un'altra doccia fredda: il Ministero della Sanità, infatti, per i pochi non prescritti, ha proposto cifre irrisorie, divise in 15 anni e senza interessi. “Molti di noi non hanno una tale aspettativa di vita – spiega Marcella, contagiata con il virus dell'epatite C da oltre 20 anni, con un cancro conclamato al fegato che la sta portando alla morte – inoltre il Ministero ha proposto per i trasfusi occasionali 65 mila euro lordi in 15 anni, mentre per gli emofilitici e i talassemici infettati da cosiddetti farmaci salvavita, che sono la minoranza dei casi, 400mila euro lordi, sempre in 15 anni”. Come a dire che una madre contagiata da una trasfusione durante un cesareo ha meno diritti di un emofilitico che prende anticoagulanti periodicamente, anche se tutti e due ora hanno l'Aids. “Nel resto d'Europa – conclude Andrea – le vittime hanno già ricevuto da tempo risarcimenti uguali per tutti e molto più elevati di quelli a noi proposti, senza termini di prescrizione. E gli indennizzi per i malati sono realmente commisurati al costo della vita. Negli altri Paesi non hanno obbligato gente malata come noi a stare sotto la pioggia per un loro diritto e i colpevoli sono stati tutti incriminati per omicidio”.
lunedì 25 ottobre 2010
L'isola dei cassintegrati dell'Asinara
mercoledì 20 ottobre 2010
Reportage dalla Sata di Melfi su Liberetà
Abbiamo fatto il viaggio a ritroso, da Roma a Melfi, seguendo l'invito degli operai ad andare sui loro luoghi di lavoro, per raccontarli in maniera reale e non distorta. La premessa al viaggio è stata decisa: “Solo una cosa ci teniamo a dire: Noi siamo fieri di andare a lavorare, quel posto lo sentiamo nostro più di Marchionne, perché noi ci lavoriamo ogni giorno per otto ore, incessantemente, e ci mandiamo avanti famiglie, mutui, la scuola per i figli. Ricordatelo quando vedrai i capannoni: lì dentro c'è tutto quello che ci fa andare avanti con dignità e noi ci teniamo con tutta la nostra forza”.
Dal ministero del Potere alla fabbrica del Silenzio la strada è lunga e quanto più ti avvicini alla Basilicata, tanto più cominci a capire perché in un territorio come quello migliaia di persone hanno accettato con gioia la nascita, nel 93, di quel polo tecnologico che avrebbe portato occupazione e benefici per il territorio. “Anche se la Sata di Melfi è già nata con molti diritti in meno rispetto alle altre, come doppia battuta che ci faceva lavorare per 18 giorni consecutiva senza una pausa facendo anche per due settimane di fila la notte, senza premi di produzione né quattordicesima ecc., per noi era comunque la gioia e il futuro. Eravamo tutti giovani. Ora che quasi tutti siamo più vecchi e più malati ci rendiamo conto che non era l'eldorado. Il clima di lavoro e i rapporti con i capi sono peggiorati così tanto negli anni che molto di noi la vivono come una prigione”, racconta Giovanni Barrozzino, dal 94 in Sata, da 10 anni sindacalista Fiom, uno dei tre “carovanieri” insieme ad Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Sono loro i tre operai licenziati ingiustamente da Marchionne ad agosto a Melfi e reintegrati dal Giudice del lavoro. “Da allora non abbiamo più messo piede nel nostro posto di lavoro, le guardie all'ingresso ci tengono lontane dalla catena di montaggio e dai nostri colleghi. Ci hanno fatto accomodare nella stanzetta sindacale, a oltre 500 metri dal nostro vecchio posto, senza poter interagire con nessuno. Rivogliamo il nostro vecchio lavoro, anche se il Giudice ha respinto il nostro ricorso per ora, così rimaniamo lontano dalla realtà in cui abbiamo sempre lottato e vissuto”, racconta Antonio, operaio specializzato, 35 anni, in Fiat da 10, delegato della Fiom da 5, che ha saputo di essere stato licenziato pochi giorni prima del suo matrimonio, il 5 agosto scorso.
“Certo la notizia del licenziamento è stata una doccia fredda, anche perché non ce l'aspettavamo. Non avevamo fatto niente di quello di cui ci accusavano e tutti i nostri colleghi lo hanno immediatamente testimoniato. Nessuno di noi ha bloccato il carrellino durante lo sciopero di un'ora che stavamo facendo a turno, impedendo agli altri di lavorare. Questo lo ha dimostrato il giudice e le testimonianze scritte di tutti quelli che erano con noi, che hanno scioperato a lungo per solidarietà nei nostri confronti. Ma la verità non è servita per farci reintegrare a pieno”.
Giovanni, Antonio e Marco, i primi due delegati Fiom in fabbrica, hanno pagato caro l'essersi opposti all'aumento unilaterale dei ritmi di lavoro già massacranti da parte della Fiat; le loro richieste di un medico notturno, che forse avrebbe potuto salvare la vita del loro collega morto di infarto ad aprile; la richiesta di non modificare i turni e di non introdurre le pause a scorrimento, che minerebbe l'unità dei lavoratori.
Il giorno che gli hanno comunicato il licenziamento in tronco pioveva, raccontano. I tre avevano tentato, dopo una sospensione dal lavoro di 6 giorni, di entrare normalmente al lavoro, ma il loro badge era stato bloccato. Una guardia li ha chiamati in disparte e gli ha annunciato la decisione presa: licenziati. Tutti i colleghi già entrati si sono fermati dall'altro lato dei tornelli e hanno cominciato uno sciopero spontaneo che è durato 5 giorni. "A causa di quello sciopero molti di loro si sono ritrovati in busta paga solo 600/700 euro. Lo sapevano, ma la voglia di opporsi a questo sopruso era più forte, riguardava tutti. E tutti lo sapevano: se non ci facciamo sentire ora, oggi è toccato a loro, domani a noi". Giovanni mostra un sms ricevuto quel giorno da un'operaia che si trovava dall'altra parte del largo piazzale: "Piangono anche l'alto", recitava. Ha smesso di piovere solo dopo cinque giorni.
"Grazie alla solidarietà incondizionata dei nostri colleghi siamo riusciti ad andare avanti", dice Marco, il più giovane dei tre, il più provato. "Sono stato così male che sono andato in ospedale a farmi dare un tranquillante la notte, e così le notti successive. Non riuscivo più a dormire, la vita mi sembrava bruttissima. Avevo perso il lavoro, non avevo più prospettive. Per fortuna c'erano altre centinaia di persone con me, che non mi hanno lasciato solo". Marco si sveglia per il turno di mattina alle 3 e mezzo di notte, perché da casa sua, vicino Potenza, al lavoro, ci mette oltre un'ora di autobus. "Quando qualcuno si oppone troppo al potere dei capi viene spostato di turno, questo il primo modo per demoralizzarti e molti cedono al ricatto e non chiedono più i diritti più elementari. Perché molti di noi vengono da paesi lontani, Campania, Puglia, Calabria, si organizzano in macchina con i colleghi per dividersi le spese della benzina, visto che il bus della Regione non arriva dappertutto. Ma se ti cambiano il turno sei costretto a muoverti da solo, e le spese si moltiplicano. Pensa tu a chi ha una famiglia di mantere”.
“L'accordo di Pomigliano è stato applicato a Melfi”, racconta Antonio, “è qui che si tocca con mano quali sono i veri interessi per il futuro della fabbrica e per il diritto allo sciopero dei lavoratori. Se qualcuno fosse veramente interessato a capire come funziona il lavoro in Italia per i padroni dovrebbe venire qui a vedere come lavoriamo, come viviamo, sottoposti a quali ricatti e paure quotidiane".
Il cambio turno alla Sata spiega molto più di mille parole. Davanti all'ingresso principale, il B, dove entra la maggior parte delle tute blu, c'è un cartellone pubblicitario della regione Basilicata che recita "Sali sul futuro". È quasi ironico, perché la fabbrica è chiusa da tre giorni per un pezzo del motore risultato difettoso e la catena di produzione si è interrotta. Al cambio turno pomeridiano, alle 14, sono presenti solo una decina di operai di fronte ai tornelli fermi. Aspettano di sapere se ci sarà lavoro o meno, la sensazione è più quella del caporalato che del lavoro in fabbrica: tu sì, tu no, tu aspetta forse entri. "Succede spesso che la fabbrica si fermi perché dall'indotto non arriva un pezzo o arriva difettoso. I magazzini non contengono molti pezzi, perché la Fiat ha introdotto qui il sistema "on demand", si produce su richiesta e basta. quando capita così, o ci fanno usufruire della cassintegrazione o, più spesso, ci impongono le ferie. Tornare a casa dopo essersi fatti un'ora di bus e un'ora di attesa non è semplice, bisogna comunque aspettare che il bus ripassi a fine turno e rimani fermo lì con i tuoi colleghi a pensare che forse oggi non guadagnerai niente, se hai finito le ferie o non hai la cig", ci sussurra uno dei pochi operai che si mette a parlare con noi. Gli altri sono diffidenti: hanno visto tanti giornalisti dove i grandi eventi, ma senti i riflettori niente è cambiato per loro. “anzi – confessa l'operai – le ritorsioni ci sono state per chi ha parlato troppo. Meglio che le foto le fai da fuori al cancello, che qui ti tolgono la macchinetta”.
Le centinaia di nuove Grande Punto ferme nei cancelli dimostrano il fallimento di Marchionne: ha cancellato i diritti dei lavoratori, ma non ha investito in qualità e innovazione. La richiesta non è all'altezza, né la produzione.
La Fiat Sata si trova fuori il paese ed una vera e propria città sempre attiva, con i suoi mezzi di collegamento, le sue fermate, i capannelli di persone alle banchine in scarpe antiinfortunistiche e guanti. Vederla vuota è come ritrovarsi in un villaggio fantasma. Ti domandi quando si sveglierà il gigante di fumo che dorme sotto le lamiere. Le navette funzionano anche quando gli stabilimenti sono chiusi, per gli impiegati e i manutentori. Ma viaggiano quasi vuote e sembrano dirette verso il nulla.
"Quando è morto mio padre sono rientrato al lavoro, sperando di poter tornare alla normalità, ma il clima di lavoro in fabbrica era così peggiorato che un capo Ute (NDR. Il capo della catena di montaggio) mi si è avvicinato minaccioso e mi ha detto, riferendosi al licenziamento: 'Tu sei amico di Barrozzino, quella zanzara. Sai, nella tue Ute abbiamo cominciato ad allargare. Ora passiamo ai cicciottelli'. E mi ha guardato la pancia. Mi ha lasciato senza parole e non ho reagito. Ma questa ormai è la normalità che viviamo in fabbrica dopo gli accordi di Pomigliano, un clima di tensione costante", racconta Andrea, 40 anni, moglie disoccupata e una figlia, 16 anni in Sata, un'ora e tre quarti di bus per arrivarci, 90 euro di abbonamento mensili. Un uomo robusto che si è sempre opposto alle prepotenze. Fa il conduttore di impianti, rivela le anomalie e si occupa della sicurezza dei lavoratori. "Erano mesi che chiedevo dei ripari per le linee sopraelevate. Poi un giorno una linea ha ceduto e un motore è caduto addosso a un lavoratore, che è rimasto invalido a vita. Dopo due mesi di pressione hanno messo i ripari che chiedevo per quei pali grossi quintali. Solo che poco dopo mi hanno demansionato ad addetto linee e solo un giorno mi hanno permesso di fare il conduttore. è così che si paga la ribellione, ti spostano, ti impediscono di lavorare, ti degradano, fino a che ti annientano, soprattutto nelle testa".
Maria abita a mezz'ora dalla Sata e ogni mattina ci arriva in macchina. Le donne sono circa il 22% della forza lavoro, non hanno esenzione dal lavoro notturno, come invece avevano negli altri stabilimenti prima dell'accordo di Pomigliano, e svolgono esattamente le mansioni degli uomini. "Durante la mia prima gravidanza ho fatto storie per lavorare part time, così hanno cominciato a spostarmi di turno, impedendomi di venire al lavoro con le colleghe. Ma io non ho ceduto, il part time era un mio diritto. Dopo aver partorito la seconda volta al mio rientro al lavoro mi hanno chiamato nell'ufficio del personale. mi hanno fatto accomodare al centro delle loro sedie e mi hanno minacciata: 'smettila di fare sciopero e basta con il part time. Per colpa tua il capo Ute non può fare carriera, ma noi ti mandiamo a Taiwan, capito. Entro fine dicembre ti licenziamo se scioperi ancora'. Prima di me avevo visto una collega rientrata anche lei da poco dalla maternità uscire in lacrime, mi ha detto: 'Non sciopero più, mi dispiace, non mi chiamare traditrice, lasciami sta''. Il mercoledì dopo c'è stato lo sciopero e io ho partecipato normalmente. Nessun licenziamento è arrivato, ma mi hanno tolto subito il part time".
La Fiat usa, oltre gli spostamenti, le sanzioni per intimorire gli operai troppo "rumorosi". "Io ne ho prese addirittura tre un giorno in cui ero assente. Una perché ero stato troppo in bagno. - racconta Giovanni - Quando ho contestano all'ufficio che quel giorno non ero nemmeno al lavoro mi hanno risposto che non dovevo fare il fiscale, si erano solo sbagliati di giorno, ma la contestazione rimaneva. A un altro collega che scioperava spesso gli hanno mandato una contestazione perché lavorava con un piede fuori dalla linea bianca che delimita le macchine. Un'assurdità. In molti cedono a questi ricatti velati per le famiglie, e non scioperano più o non alzano più la voce. Devi ingoiare bile se non vuoi rischiare come noi, anche di fronte alle cose peggiori".
Come ha fatto Simona, 34 anni, da quando ne aveva 20 in Fiat, bella, mora, lo sguardo fiero e il sorriso amaro: "Appena mi hanno assunta mi sembrava un sogno. Ero felice: avevo trovato lavoro! anche mia madre lavorava lì, andavamo insieme la mattina. Mi hanno messo al reparto verniciatura. ero da sola dentro una gabbia in pvc che spruzzava la vernice sulle auto. Quando mi soffiavo il naso usciva il colore, ho cominciato ad ammalarmi dopo due anni di stomaco, il medico mi ha detto che dovevo smettere subito, rischiavo la vita. Ho chiesto il trasferimento a un altro reparto, ma non hanno voluto darmelo. Ho detto che ne avevo diritto per legge. Si sono messi a ridere, e poi hanno detto che facevo troppe storie, e se lo davano a me poi volevano farlo tutti. Ho addirittura ricevuto proposte sessuali in cambio di agevolazioni sulle mansioni e i turni. Così ho cominciato a partecipare a tutti gli scioperi e parlavo con le altre donne in pausa per dire che dovevamo opporci ai metodi che usavano, soprattutto con noi, ricattandoci con velate allusioni sessuali. Hanno cominciato a spostarmi di reparto continuamente, sono quella che ne ha cambiati più di tutti in Sata, per non farmi legare con le colleghe, ma io no ho smesso di fare casino dovunque andassi. Anche quando mi hanno cambiato di turno e non potevo più andare a lavoro con mia madre in auto, non mi sono fatta piegare. Mi sono fatta una macchina usata e ho imparato a non fare rumore in casa mentre mia madre dorme dopo il turno di mattina e lei viceversa, quando io dormo dopo il turno di notte. Poi un giorno mi sono ritrovata dentro gli spogliatoi femminili un capo di un'altra Ute. Gli ho detto di andarsene, ma lui è rimasto lì, con un ghigno sulla faccia. Gli ho detto: "Ma non hai visto l'omino sulla porta, ha la gonna, questo è lo spogliatoio femminile, vattene!' Ero sola, sono scappata fuori a chiamare il mio capo Ute e quello non se ne è andato comunque. alla fine si era preso un armadietto nel mio spogliatoio, perché era più grande, così si è giustificato. Io l'ho vissuta come una minaccia, sapevo di altre donne che addirittura erano state riprese con il videofonino e ricattate dai capi. Erano voci che mi avevano messo paura. L'unica cosa di cui mi pento è di non averlo denunciato".
Mentre parliamo davanti ai cancelli del gigante addormentato si avvicina un pullman di giornalisti stranieri, vanno di fretta e vogliono capire tutto in 5 minuti. Sono arrivati pieni di pregiudizi, ma i 10 operai che sono lì a dargli spiegazioni vogliono che prima guardino le carte che hanno portato e poi che rispondano loro a una domanda di Giovanni Barrozzino, la “zanzara”, prima di farsi raccontare l'accaduto: “Ci chiedete se abbiamo fermato veramente noi il carrellino durante lo sciopero e ci dite che qui gli operai scioperano troppo. Ma io vi chiedo di guardare qua: Erano dieci mesi che ci rifiutavano un'assemblea sindacale, che ci spetta per legge, vi pare democrazia questa?”. No, non gli pare, e dopo solo due giorni con gli operai della Sata di Melfi, di fronte ai cancelli di una fabbrica chiusa, non sembra neanche più a noi.
sabato 15 maggio 2010
e le intercettazioni?
L'associazione invoca quindi l'"immediato intervento" del ministro della Giustizia Angelino Alfano "al fine di elaborare di concerto una soluzione allo stato di crisi a salvaguardia dell'occupazione del comparto e a garanzia della continuita' nello svolgimento delle attivita' tecniche di supporto alle funzioni investigative degli Enti di Polizia Giudiziaria, che rappresentano uno strumento imprescindibile per l'individuazione e la repressione dei reati".
Il debito di 500 milioni di euro contratto dal dicastero di via Arenula, secondo l'Iliia, "e' il risultato dell'accumulo di prestazioni nel settore intercettazioni fornite negli anni e non pagate, alcune delle quali risalenti al 2003: uno stato di insolvenza a cui non e' stato posto rimedio nonostante nel corso dell'ultimo anno l'associazione abbia puntualmente comunicato al ministero i dati reali sullo stato dell'indebitamento e abbia presentato numerose proposte per risolvere il contenzioso".
L'associazione precisa inoltre che "per quanto concerne le variazioni delle modalita' di pagamento decretate nel 2006, a cui non e' per altro corrisposta una ristrutturazione dei meccanismi di fornitura dei servizi e della gestione amministrativa delle spese, la contrazione del debito inizialmente dichiarata e attualmente smentita dal ministro e' dovuta solo ad artifici contabili connessi alle modalita' di gestione dei ritardi nei pagamenti dalla contabilita' dello Stato".
giovedì 13 maggio 2010
« L'ANIMA BUONA DEL SEZUAN »
liberamente tratto da Bertold Brecht
In scena al Teatro Sala Uno di Roma, dal 26 al 30 maggio 2010 in piazza di Porta San Giovanni, 10, dietro la Scala Santa. Prova generale aperta al pubblico il 25 maggio ore 21, spettacoli dal 26 al 29 maggio ore 21, domenica 30 maggio, ore 18. Ingresso gratuito, gradita prenotazione.
"Come si fa a essere buoni quando tutto frana, il denaro manca e l'istinto della sopravvivenza, ma anche quanto di cattivo c'è in noi, lotta per farcela?" (L'anima buona del Sezuan, Bertolt Brecht)
Alla ricerca di un' "anima buona", tre déi scendono sulla terra, precisamente nella capitale della provincia cinese del Sezuan. Dopo un lungo pellegrinare riescono finalmente a trovarne una, si tratta della prostituta Shen Te, unica ad offrir loro ospitalità durante la notte. Il compenso per la generosa donna è di mille dollari d’argento, che Shen Te investe in una tabaccheria. Ma l’elargizione è accompagnata dal comandamento di continuare a praticare la bontà. Fatale errore, che solo gli déi, non costretti a maneggiare denaro come gli uomini, possono commettere. La malaugurata Shen Te, infatti, si ritrova da subito circondata da uno sciame di parassiti e postulanti che attentano alle sue fortune. Tra questi, un giovane aviatore disoccupato, Sun, interessato oltre che a lei anche al suo gruzzolo, che la mette anche incinta. Quando si tratta di preparare il posto a un figlio che deve nascere, però, occorre essere spietati e così Shen Te, che non sa esserlo, chiama il suo lontano e abile cugino, Shui Ta, a prendere in mano le redini dell’amministrazione al suo posto. Shui Ta, in realtà, non è altro che Shen Te travestita. L’epigolo dimostrerà come, nonostante tutto, sia possibile essere buoni in un mondo cattivo.
“L’anima buona del Sezuan” è un'opera scritta dall'esilio; Bertolt Brecht infatti si trovava esule tra la Danimarca e Finlandia quando, nel 1938-40, compose questo dramma dall'ambientazione "universale" che, come disse il drammaturgo stesso, può svolgersi in qualsiasi luogo dove l'uomo è sfruttato. La storia, infatti, si dipana in una Cina semieuropeizzata, che corrisponde al momento in cui dalla crisalide sottosviluppata e patriarcale nasce, anzi prorompe, l’economia capitalistica (rappresentata nell'opera dalla fabbrica di tabacchi di Shu Ta) . L’audacia di Brecht è proprio nell’aver raccontato nello stesso personaggio, uno e doppio - Shen Te/Shui Ta - la ‘parabola’ dello sviluppo del capitalismo, dove si riconosco gli stessi conflitti etico-sociali della nostra realtà contemporanea.
Superdiverso è una cooperativa sociale integrata composta da attori e danzatori abili e diversamente abili, già al loro nono spettacolo, diretta fin dal suo inizio da Luciana Lusso Roveto e Paolo Proietti. Lo spettacolo è stata realizzato grazie alla collaborazione della DMA Teatrodanza, riconosciuta nel 2009 ‘Centro di Formazione e Promozione Teatrale’ dal Mibac e con il fondamentale contributo del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Sociali e Promozione della Salute, Dipartimento promozione dei Servizi Sociali e della Salute, U.O. Disabilità e Disagio Mentale. E con il patrocinio del XX Municipio.
Il Progetto Superdiverso è nato nel 2001 come laboratorio di teatrodanza finanziato dal Dipartimento V all'handicap del Comune di Roma, finalizzato alla formazione e all'avviamento professionale nel campo dello spettacolo dei diversamente abili. Da allora, sempre grazie al sostegno del Comune di Roma, è diventato un luogo importante di formazione professionale. Questa originale esperienza ha suscitato nel tempo un interesse sempre più vasto da parte del pubblico e della critica, avvalendosi anche di collaborazioni di numerosi artisti e musicisti. Quest'anno le musiche originali suonate sul palco saranno create ed eseguite dal compositore e violinista Adriano Dragotta. Andrea Pagano, artista contemporaneo, si esibirà invece in una performance estemporanea di installazioni multimediali.
PER INFO:
Ufficio stampa: Sara Picardo, cell. 328.37.92.137, stampadma@gmail.com
D.M.A. Teatrodanza: tel. 06.33.25.05.92 – 338.36.38.443, dma.teatrodanza@alice.itTeatro Sala Uno: tel. 06.89.53.11.54
