Abbiamo fatto il viaggio a ritroso, da Roma a Melfi, seguendo l'invito degli operai ad andare sui loro luoghi di lavoro, per raccontarli in maniera reale e non distorta. La premessa al viaggio è stata decisa: “Solo una cosa ci teniamo a dire: Noi siamo fieri di andare a lavorare, quel posto lo sentiamo nostro più di Marchionne, perché noi ci lavoriamo ogni giorno per otto ore, incessantemente, e ci mandiamo avanti famiglie, mutui, la scuola per i figli. Ricordatelo quando vedrai i capannoni: lì dentro c'è tutto quello che ci fa andare avanti con dignità e noi ci teniamo con tutta la nostra forza”.
Dal ministero del Potere alla fabbrica del Silenzio la strada è lunga e quanto più ti avvicini alla Basilicata, tanto più cominci a capire perché in un territorio come quello migliaia di persone hanno accettato con gioia la nascita, nel 93, di quel polo tecnologico che avrebbe portato occupazione e benefici per il territorio. “Anche se la Sata di Melfi è già nata con molti diritti in meno rispetto alle altre, come doppia battuta che ci faceva lavorare per 18 giorni consecutiva senza una pausa facendo anche per due settimane di fila la notte, senza premi di produzione né quattordicesima ecc., per noi era comunque la gioia e il futuro. Eravamo tutti giovani. Ora che quasi tutti siamo più vecchi e più malati ci rendiamo conto che non era l'eldorado. Il clima di lavoro e i rapporti con i capi sono peggiorati così tanto negli anni che molto di noi la vivono come una prigione”, racconta Giovanni Barrozzino, dal 94 in Sata, da 10 anni sindacalista Fiom, uno dei tre “carovanieri” insieme ad Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Sono loro i tre operai licenziati ingiustamente da Marchionne ad agosto a Melfi e reintegrati dal Giudice del lavoro. “Da allora non abbiamo più messo piede nel nostro posto di lavoro, le guardie all'ingresso ci tengono lontane dalla catena di montaggio e dai nostri colleghi. Ci hanno fatto accomodare nella stanzetta sindacale, a oltre 500 metri dal nostro vecchio posto, senza poter interagire con nessuno. Rivogliamo il nostro vecchio lavoro, anche se il Giudice ha respinto il nostro ricorso per ora, così rimaniamo lontano dalla realtà in cui abbiamo sempre lottato e vissuto”, racconta Antonio, operaio specializzato, 35 anni, in Fiat da 10, delegato della Fiom da 5, che ha saputo di essere stato licenziato pochi giorni prima del suo matrimonio, il 5 agosto scorso.
“Certo la notizia del licenziamento è stata una doccia fredda, anche perché non ce l'aspettavamo. Non avevamo fatto niente di quello di cui ci accusavano e tutti i nostri colleghi lo hanno immediatamente testimoniato. Nessuno di noi ha bloccato il carrellino durante lo sciopero di un'ora che stavamo facendo a turno, impedendo agli altri di lavorare. Questo lo ha dimostrato il giudice e le testimonianze scritte di tutti quelli che erano con noi, che hanno scioperato a lungo per solidarietà nei nostri confronti. Ma la verità non è servita per farci reintegrare a pieno”.
Giovanni, Antonio e Marco, i primi due delegati Fiom in fabbrica, hanno pagato caro l'essersi opposti all'aumento unilaterale dei ritmi di lavoro già massacranti da parte della Fiat; le loro richieste di un medico notturno, che forse avrebbe potuto salvare la vita del loro collega morto di infarto ad aprile; la richiesta di non modificare i turni e di non introdurre le pause a scorrimento, che minerebbe l'unità dei lavoratori.
Il giorno che gli hanno comunicato il licenziamento in tronco pioveva, raccontano. I tre avevano tentato, dopo una sospensione dal lavoro di 6 giorni, di entrare normalmente al lavoro, ma il loro badge era stato bloccato. Una guardia li ha chiamati in disparte e gli ha annunciato la decisione presa: licenziati. Tutti i colleghi già entrati si sono fermati dall'altro lato dei tornelli e hanno cominciato uno sciopero spontaneo che è durato 5 giorni. "A causa di quello sciopero molti di loro si sono ritrovati in busta paga solo 600/700 euro. Lo sapevano, ma la voglia di opporsi a questo sopruso era più forte, riguardava tutti. E tutti lo sapevano: se non ci facciamo sentire ora, oggi è toccato a loro, domani a noi". Giovanni mostra un sms ricevuto quel giorno da un'operaia che si trovava dall'altra parte del largo piazzale: "Piangono anche l'alto", recitava. Ha smesso di piovere solo dopo cinque giorni.
"Grazie alla solidarietà incondizionata dei nostri colleghi siamo riusciti ad andare avanti", dice Marco, il più giovane dei tre, il più provato. "Sono stato così male che sono andato in ospedale a farmi dare un tranquillante la notte, e così le notti successive. Non riuscivo più a dormire, la vita mi sembrava bruttissima. Avevo perso il lavoro, non avevo più prospettive. Per fortuna c'erano altre centinaia di persone con me, che non mi hanno lasciato solo". Marco si sveglia per il turno di mattina alle 3 e mezzo di notte, perché da casa sua, vicino Potenza, al lavoro, ci mette oltre un'ora di autobus. "Quando qualcuno si oppone troppo al potere dei capi viene spostato di turno, questo il primo modo per demoralizzarti e molti cedono al ricatto e non chiedono più i diritti più elementari. Perché molti di noi vengono da paesi lontani, Campania, Puglia, Calabria, si organizzano in macchina con i colleghi per dividersi le spese della benzina, visto che il bus della Regione non arriva dappertutto. Ma se ti cambiano il turno sei costretto a muoverti da solo, e le spese si moltiplicano. Pensa tu a chi ha una famiglia di mantere”.
“L'accordo di Pomigliano è stato applicato a Melfi”, racconta Antonio, “è qui che si tocca con mano quali sono i veri interessi per il futuro della fabbrica e per il diritto allo sciopero dei lavoratori. Se qualcuno fosse veramente interessato a capire come funziona il lavoro in Italia per i padroni dovrebbe venire qui a vedere come lavoriamo, come viviamo, sottoposti a quali ricatti e paure quotidiane".
Il cambio turno alla Sata spiega molto più di mille parole. Davanti all'ingresso principale, il B, dove entra la maggior parte delle tute blu, c'è un cartellone pubblicitario della regione Basilicata che recita "Sali sul futuro". È quasi ironico, perché la fabbrica è chiusa da tre giorni per un pezzo del motore risultato difettoso e la catena di produzione si è interrotta. Al cambio turno pomeridiano, alle 14, sono presenti solo una decina di operai di fronte ai tornelli fermi. Aspettano di sapere se ci sarà lavoro o meno, la sensazione è più quella del caporalato che del lavoro in fabbrica: tu sì, tu no, tu aspetta forse entri. "Succede spesso che la fabbrica si fermi perché dall'indotto non arriva un pezzo o arriva difettoso. I magazzini non contengono molti pezzi, perché la Fiat ha introdotto qui il sistema "on demand", si produce su richiesta e basta. quando capita così, o ci fanno usufruire della cassintegrazione o, più spesso, ci impongono le ferie. Tornare a casa dopo essersi fatti un'ora di bus e un'ora di attesa non è semplice, bisogna comunque aspettare che il bus ripassi a fine turno e rimani fermo lì con i tuoi colleghi a pensare che forse oggi non guadagnerai niente, se hai finito le ferie o non hai la cig", ci sussurra uno dei pochi operai che si mette a parlare con noi. Gli altri sono diffidenti: hanno visto tanti giornalisti dove i grandi eventi, ma senti i riflettori niente è cambiato per loro. “anzi – confessa l'operai – le ritorsioni ci sono state per chi ha parlato troppo. Meglio che le foto le fai da fuori al cancello, che qui ti tolgono la macchinetta”.
Le centinaia di nuove Grande Punto ferme nei cancelli dimostrano il fallimento di Marchionne: ha cancellato i diritti dei lavoratori, ma non ha investito in qualità e innovazione. La richiesta non è all'altezza, né la produzione.
La Fiat Sata si trova fuori il paese ed una vera e propria città sempre attiva, con i suoi mezzi di collegamento, le sue fermate, i capannelli di persone alle banchine in scarpe antiinfortunistiche e guanti. Vederla vuota è come ritrovarsi in un villaggio fantasma. Ti domandi quando si sveglierà il gigante di fumo che dorme sotto le lamiere. Le navette funzionano anche quando gli stabilimenti sono chiusi, per gli impiegati e i manutentori. Ma viaggiano quasi vuote e sembrano dirette verso il nulla.
"Quando è morto mio padre sono rientrato al lavoro, sperando di poter tornare alla normalità, ma il clima di lavoro in fabbrica era così peggiorato che un capo Ute (NDR. Il capo della catena di montaggio) mi si è avvicinato minaccioso e mi ha detto, riferendosi al licenziamento: 'Tu sei amico di Barrozzino, quella zanzara. Sai, nella tue Ute abbiamo cominciato ad allargare. Ora passiamo ai cicciottelli'. E mi ha guardato la pancia. Mi ha lasciato senza parole e non ho reagito. Ma questa ormai è la normalità che viviamo in fabbrica dopo gli accordi di Pomigliano, un clima di tensione costante", racconta Andrea, 40 anni, moglie disoccupata e una figlia, 16 anni in Sata, un'ora e tre quarti di bus per arrivarci, 90 euro di abbonamento mensili. Un uomo robusto che si è sempre opposto alle prepotenze. Fa il conduttore di impianti, rivela le anomalie e si occupa della sicurezza dei lavoratori. "Erano mesi che chiedevo dei ripari per le linee sopraelevate. Poi un giorno una linea ha ceduto e un motore è caduto addosso a un lavoratore, che è rimasto invalido a vita. Dopo due mesi di pressione hanno messo i ripari che chiedevo per quei pali grossi quintali. Solo che poco dopo mi hanno demansionato ad addetto linee e solo un giorno mi hanno permesso di fare il conduttore. è così che si paga la ribellione, ti spostano, ti impediscono di lavorare, ti degradano, fino a che ti annientano, soprattutto nelle testa".
Maria abita a mezz'ora dalla Sata e ogni mattina ci arriva in macchina. Le donne sono circa il 22% della forza lavoro, non hanno esenzione dal lavoro notturno, come invece avevano negli altri stabilimenti prima dell'accordo di Pomigliano, e svolgono esattamente le mansioni degli uomini. "Durante la mia prima gravidanza ho fatto storie per lavorare part time, così hanno cominciato a spostarmi di turno, impedendomi di venire al lavoro con le colleghe. Ma io non ho ceduto, il part time era un mio diritto. Dopo aver partorito la seconda volta al mio rientro al lavoro mi hanno chiamato nell'ufficio del personale. mi hanno fatto accomodare al centro delle loro sedie e mi hanno minacciata: 'smettila di fare sciopero e basta con il part time. Per colpa tua il capo Ute non può fare carriera, ma noi ti mandiamo a Taiwan, capito. Entro fine dicembre ti licenziamo se scioperi ancora'. Prima di me avevo visto una collega rientrata anche lei da poco dalla maternità uscire in lacrime, mi ha detto: 'Non sciopero più, mi dispiace, non mi chiamare traditrice, lasciami sta''. Il mercoledì dopo c'è stato lo sciopero e io ho partecipato normalmente. Nessun licenziamento è arrivato, ma mi hanno tolto subito il part time".
La Fiat usa, oltre gli spostamenti, le sanzioni per intimorire gli operai troppo "rumorosi". "Io ne ho prese addirittura tre un giorno in cui ero assente. Una perché ero stato troppo in bagno. - racconta Giovanni - Quando ho contestano all'ufficio che quel giorno non ero nemmeno al lavoro mi hanno risposto che non dovevo fare il fiscale, si erano solo sbagliati di giorno, ma la contestazione rimaneva. A un altro collega che scioperava spesso gli hanno mandato una contestazione perché lavorava con un piede fuori dalla linea bianca che delimita le macchine. Un'assurdità. In molti cedono a questi ricatti velati per le famiglie, e non scioperano più o non alzano più la voce. Devi ingoiare bile se non vuoi rischiare come noi, anche di fronte alle cose peggiori".
Come ha fatto Simona, 34 anni, da quando ne aveva 20 in Fiat, bella, mora, lo sguardo fiero e il sorriso amaro: "Appena mi hanno assunta mi sembrava un sogno. Ero felice: avevo trovato lavoro! anche mia madre lavorava lì, andavamo insieme la mattina. Mi hanno messo al reparto verniciatura. ero da sola dentro una gabbia in pvc che spruzzava la vernice sulle auto. Quando mi soffiavo il naso usciva il colore, ho cominciato ad ammalarmi dopo due anni di stomaco, il medico mi ha detto che dovevo smettere subito, rischiavo la vita. Ho chiesto il trasferimento a un altro reparto, ma non hanno voluto darmelo. Ho detto che ne avevo diritto per legge. Si sono messi a ridere, e poi hanno detto che facevo troppe storie, e se lo davano a me poi volevano farlo tutti. Ho addirittura ricevuto proposte sessuali in cambio di agevolazioni sulle mansioni e i turni. Così ho cominciato a partecipare a tutti gli scioperi e parlavo con le altre donne in pausa per dire che dovevamo opporci ai metodi che usavano, soprattutto con noi, ricattandoci con velate allusioni sessuali. Hanno cominciato a spostarmi di reparto continuamente, sono quella che ne ha cambiati più di tutti in Sata, per non farmi legare con le colleghe, ma io no ho smesso di fare casino dovunque andassi. Anche quando mi hanno cambiato di turno e non potevo più andare a lavoro con mia madre in auto, non mi sono fatta piegare. Mi sono fatta una macchina usata e ho imparato a non fare rumore in casa mentre mia madre dorme dopo il turno di mattina e lei viceversa, quando io dormo dopo il turno di notte. Poi un giorno mi sono ritrovata dentro gli spogliatoi femminili un capo di un'altra Ute. Gli ho detto di andarsene, ma lui è rimasto lì, con un ghigno sulla faccia. Gli ho detto: "Ma non hai visto l'omino sulla porta, ha la gonna, questo è lo spogliatoio femminile, vattene!' Ero sola, sono scappata fuori a chiamare il mio capo Ute e quello non se ne è andato comunque. alla fine si era preso un armadietto nel mio spogliatoio, perché era più grande, così si è giustificato. Io l'ho vissuta come una minaccia, sapevo di altre donne che addirittura erano state riprese con il videofonino e ricattate dai capi. Erano voci che mi avevano messo paura. L'unica cosa di cui mi pento è di non averlo denunciato".
Mentre parliamo davanti ai cancelli del gigante addormentato si avvicina un pullman di giornalisti stranieri, vanno di fretta e vogliono capire tutto in 5 minuti. Sono arrivati pieni di pregiudizi, ma i 10 operai che sono lì a dargli spiegazioni vogliono che prima guardino le carte che hanno portato e poi che rispondano loro a una domanda di Giovanni Barrozzino, la “zanzara”, prima di farsi raccontare l'accaduto: “Ci chiedete se abbiamo fermato veramente noi il carrellino durante lo sciopero e ci dite che qui gli operai scioperano troppo. Ma io vi chiedo di guardare qua: Erano dieci mesi che ci rifiutavano un'assemblea sindacale, che ci spetta per legge, vi pare democrazia questa?”. No, non gli pare, e dopo solo due giorni con gli operai della Sata di Melfi, di fronte ai cancelli di una fabbrica chiusa, non sembra neanche più a noi.

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